Unghie plantari gambe di legno - Silvia Cassioli - poesie e disegni

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Unghie plantari gambe di legno



Avevo un anellino col corallo
e Ve lo donai, santa Margherita.
Ma la pensione oggi non mi avanza
e alle nozze di mio nipote
mi piange il cuore a doverci sfigurare.
Cosí se non Vi spiace me lo riprenderei
e lo darei alla sposa, dicendole magari
che è un bene di famiglia e in quanto tale
incalcolabile nel suo valore affettivo.
Voi che tutto capite, capirete anche questa:
che senza regalo non c’è festa.


Da sempre l’ex-voto è un oggetto, manufatto o pittura, che la religiosità popolare offre alla divinità come ringraziamento di una preghiera esaudita: per una guarigione, un beneficio, uno scampato pericolo. È il male che avrebbe potuto nuocere ma è stato disinnescato, la parte di noi che è stata offesa e che ora intendiamo lasciarci definitivamente alle spalle. Nella storia di un ex-voto si può leggere la storia di ciascuno con se stesso, perché i casi umani difficilmente si riducono a una risposta sensata a una domanda semplice: c’è chi ringrazia di aver ottenuto qualcosa che in realtà non era quella che aveva desiderato (la gamba di legno che non guarisce, ma mette gemme), chi ringrazia di aver ottenuto qualcosa che era naturale ottenere (il sangue mensile, per una donna), chi affida alla divinità una semplice speranza di riparazione, anche in denaro; chi ha offerto qualcosa ma poi se lo riprende indietro. Al limite può accadere che il miracolo si dia, ma a quel punto sia superfluo; mentre la Fede, se è salda, continua a spiegare imperterrita anche ciò che si spiega da sé.



Edizioni d'if, 2009
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Prima di tutto c’è la trovata del libretto. Una raccolta di quaranta ex-voto, o quantomeno dei testi di dedica, gli oggetti ce li dobbiamo immaginare. Microvite, non nella forma high-tech del videoclip, ma formelle di un cattolicesimo Kitsch, quadri di una devozione post-contadina, altrettanto arcaica, superstiziosa. L’ex-voto è traccia metonimica di un contatto, quasi contabile col sacro (i conti della spesa: Tu Dio mi hai dato, io ti do). Si leggono dunque in quaranta quadri, tra invocazioni a Santa Margherita e a «Madonnina cara», guarigioni miracolose, viaggi della speranza, ma anche, piú veri del vero, egoisti e naïfs, miracoli supposti («Per aver volato salva fino a Monaco di Baviera»). Molti, in verità, non sono il racconto di una grazia ricevuta ma lapidi tombali: racconto di una morte (per es. sul lavoro). Ovvio affiora il ricordo di Spoon River anche se quella era l’America e, come diceva Fitzgerald, «Non c’è un secondo Atto nelle vite americane». Noi invece, in Italia, sì: c’è sempre la speranza di un miracolo. La posizione di Silvia Cassioli (Siena, 1971) rispetto alla materia che si è scelta è quella di muoversi sul piano di un linguaggio vero-falso, da appendere all’idea corrente della Poesia come una protesi nel santuario. Da un lato la contraffazione è perfetta: «per aver lasciato incombusto l’autocarro» (con mimesi, appunto, della lingua epigrafica). Dall’altro è il velo della finzione che porta a immaginare ex-voto rimasti non scritti, nell’intimità di vite troppo piccole: «Santa, santa Maria Vergine / che dopo tante preghiere che le feci… alfine ottenni nel ventesimo anno / di sanguinare come tutte le altre donne»). Non mancano esempi di ironia, è il caso di dire, folgorante: «Dal frigorifero di casa / cadde folgorato mio marito / riavendosi con l’occhio fluorescente / e interiormente fervido cristiano». Su tutto, colpisce in maniera salutare, la possibilità di scoppi di violenza espressiva e liberatoria: «Mi gettasti sulla strada assolata / e un cane vagabondo m’assalì. / Salva fui tratta dalla Vergine Beata / che con il suo bastone lo colpì». La discesa nella vernacolarità e nella dimensione antropologica, un po’ al modo di Rosaria Lo Russo, si realizza insomma con la partecipazione e il travestimento, tutto nella pronuncia, del poeta. Questo libretto è un piccolo progetto, ma sembra attraversato dall’idea forte (e stilizzata come si deve, trattandosi di poesia), che la Storia d’Italia passa anche dalla voce.
(Fabio Zinelli su Semicerchio, 2010-1)

Non sono poi così fantastici questi ex-voto di Silvia Cassioli che qui si presenta: la fantasia di queste grazie ricevute, di questi miracoli che seguono sentite devozioni, di queste attività paranormali di natura divina stride con la carica di realtà umana delle mani che accendono le candele davanti alle immagini sacre. Storie umane, cellule narrative che si sintetizzano nel fulmineo giro di versi d’una epigrafe (epitaffio? Non siamo forse di fronte ad una Spoon River italiana?): i personaggi di Cassioli si raccontano nei loro dolori, nelle loro preoccupazioni, nelle loro speranze di guarigione da un’esistenza precaria. Sono ex-voto che sconfinano nella reliquia: la gamba di legno che mette gemme, le unghie di pollo che crescono in giardino, i capelli che cadono e ricrescono completamente tutti insieme sono pezzi di corpo e di materia inizialmente malata e successivamente divenuta reperto, resto profumato dal tocco della santità, generatori di culto. E poi abbiamo le devozioni per "scampata peste", come "quella brutta bestia/ dell’amministratore condominiale" provvidenzialmente fulminato - immaginiamo da un San Giorgio alle prese con un drago assetato di risorse finanziarie. Rimpianti, dolori, ansie e meraviglie convergono e si concentrano in questi testi che accompagnano immaginari oggetti offerti dai fedeli a un altare in adempimento di un voto o in segno di riconoscenza: ne esce un microcosmo che riproduce in scala i dubbi e le speranze d’un’umanità che con fede o senza, si consegna a noi lettori, avvolta in un universale anonimato.
(Marco Simonelli su Absolute Poetry, 2009)

Unghie, plantari, gambe di legno e altri ex voto fantastici
di Silvia Cassioli è una raccolta di epigrafi votive ad alto tasso comico (ma non prive di accensioni emotive tanto improvvise quanto toccanti), scritte in una lingua ricercatissima nella sua presunta popolarità (e questa sembrerebbe una costante nell’opera abbastanza multiforme della poetessa). Colpisce quanto questa scrittura quasi mistica, cioè tutta corpo cantato (e decantato) e preghiera "filastroccata", fornisca una linea che, per quanto evidente, rimane sotto traccia a molte forme della poesia al femminile.
(Gabriele Frasca su Registro di poesia #2, 2009)


video di Emiliano Bennici
 
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