Le poesie - Silvia Cassioli - poesie e disegni

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Le poesie

Madrigali con figure

Che relazione c’è fra cuore e poesia? E perché da sempre la rima privilegiata, la rima delle rime, è proprio quella fra "cuore" e "amore"? Il miraggio di una poesia che apra il cuore di chi scrive per consegnarlo nelle mani dell’amato è un topos rinascimentale che, figurato o no, rielaborato piú o meno, ha avuto fortuna nei secoli, ed è giunto intatto fino a noi.
Madrigali con figure riscrive i madrigali rinascimentali e barocchi, da Tasso a Guarini, da Gaspara Stampa a Michelangelo, con punti di vista aggiornati sui generi e i tempi presenti, esplorando i rapporti fra testo e immagine, modello e feticcio, dritto e rovescio, tradizione e ricerca, femminile e non femminile.

 

Vorrei baciarti, O Filli,
ma non so come ove ‘I mio bacio scocchi,
ne la bocca o negl’occhi.
Cedan le labra a voi, lumi divini,
fidi specchi del core,
vive stelle d’Amore!
Ah, pur mi volgo a voi, perle e rubini,
tesoro di bellezza,
fontana di dolcezza,
bocca, onor del bel viso:
nasce il pianto da lor, tu m’apri il riso!
                                 Giambattista Marino

Vorrei baciarti, ragazza,
ma ho paura di non fare centro.
Ho paura di scoccare un bacio impreciso
fra il mento e il naso.
E se non ti trovassi la bocca?
E se non fossi capace di entrarvi?
E se sul più bello mi venisse da ridere?
E se ti mettessi a ridere tu?
Come si fa in questi casi, tu lo sai?
C’è qualcuno fra voi che sappia spiegarmi
come si fa a baciare?

*

Che se tu se’ ‘l cor mio,

come se’ pur mal grado
del cielo e della terra,
qualor piagni e sospiri,
quelle lagrime tue sono il mio sangue,
que’ sospiri il mio spirto e quelle pene
e quel dolor, che senti,
son miei, non tuoi, tormenti.
            Giovanni Battista Guarini

Se tu sei mio
(e lo sei, quanto è vera la terra)
nel caso che tu pianga
le tue lacrime sono le mie
nel caso tu respiri il fiato è il mio
nel caso che ti faccia male qualcosa
il male sono io: tutto quello che sei tu
in realtà sono io! io! io!

*

Quando giù nel mio core

sonan que’ dolci accenti
(la tua mercede, Amore),
dolor non sento alcun de’ miei tormenti;
ma quando alzo le luci a mirar quelle
più che ’n guisa mortal serene stelle,
m’abbonda al cor tanta dolcezza, ch’io
né vita più né libertà desio;
e s’io morissi in sì soave stato,
non visse uom mai, quant’io morrei, beato.
                                    Giovanni Guidiccioni

Sarò tua, ma prima devi dirmi che mi ami
perché solo quando mi dici "ti amo"
riesco a vincere la noia, solo quando
mi dici che mi ami riesco a provare
quella dolcezza che sempre proviamo
quando qualcuno ti dice "ti amo".

*

Donna, quanto più a dentro

conobbi il vostro core,
tanto a darvi credenza io son più tardo,
né stimo quel di fore:
io dico un vago inchino, un dolce sguardo,
un dir: «Nel foco io ardo»,
un scolorir di viso,
un dolente sospiro, un lieto riso.
                                    Torquato Tasso

Donna, quanto più mi addentro
a conoscerti tanto meno mi pare
di capirci qualcosa: non c’è un segno
di te che io possa interpretare
in una sola direzione.
O forse è un mio difetto
di manipolazione.

*

Dolcemente dormiva la mia Clori

e intorn’al suo bel volto
givan scherzand’i pargolett’amori.
Mirav’io da me tolto,
con gran diletto lei,
quando dir mi sentei: stolto, che fai?
tempo perduto non s’acquista mai.
Allor io mi chinai cosí pian piano
e baciandole il viso,
provai quanta dolcezz’ha il paradiso.
                                Torquato Tasso

La guardavo dormire tranquilla
quando sentii mia madre
dalle scale che diceva: Che fai?
Il tempo perduto non si ritrova mai!
Allora la destai, e per tenermi in esercizio
glielo infilai nel solito orifizio.

*

Dal mio vivace foco

nasce un effetto raro,
che non ha forse in altra donna paro:
che, quando allenta un poco,
egli par che m’incresca,
sì chiaro è chi l’accende e dolce l’ésca.
E, dove per costume
par che ’l foco consume,
me nutre il foco e consuma il pensare
che ’l foco abbia a mancare.
                            Gaspara Stampa

Questa è buffa. L’altra sera
uscendo da casa tua ero cosí
esaltata che alzando gli occhi
verso la tua stanza – com’è
come non è – ho preso fuoco.
Le labbra, la faccia, il mantello
ardevano. E il bello è stato dopo,
quando il fenomeno è cessato.
Ah, poter rivivere il passato!

*


Che dar più vi poss’io?
Caro mio ben, prendete, eccovi il core,
pegno della mia fede e del mio amore.

E se per darli vita a voi l’invio,
no’l lasciate morire;
nudritel di dolcissimo gioire,
ché vostr’il fece amor, natura mio.
Non vedete, mia vita,
che l’immagine vostr’è in lui scolpita?
                                              Anonimo

Che ti posso dare di più?
Più che il mio cuore
non c’è altro che io ti possa dare.
Però se te lo do
tu non lasciarlo fermare
e caricalo ogni sera
con il sistema che sai
(tutta la mia vita è in questo "vai").

*

Se tu mi lassi, perfida, tuo danno:

non ti pensar che sia

misera senza te la vita mia.
Misero ben sarei
se miseria i’ stimassi e non ventura
perder chi non mi cura
e ricovrar quel che di me perdei.
Misera tu, che per novello amore
perdi quel fido core
ch’era più tuo che tu di te non sei;
ma il tuo già non perd’io,
perché non fu mai mio.
                          Torquato Tasso

E tu, se mi lasci, peggio per te.
Non pensare che senza di te
io sia spacciata, che anzi
è vero il contrario, mio caro:
quello spacciato sei tu
che per amore del nuovo
perdi tutto quello che avevi
la casa i bambini le proprietà.
Ti lascio in mutande, caro mio:
e vediamo se la pazza sono io.


Altri madrigali si possono leggere sulla rivista in pensiero 08

 
Claudio Monteverdi, Se tu mi lasci perfida
 
 
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